C’è, poi, un’espressione, che amo molto: vino della casa.
Mi fa pensare ad un focolare ospitale, pronto a riconfortare l’ultimo arrivato, infreddolito fino alle ossa, che sia per una tempesta di neve o per via di un’umanità glaciale.
Mi fa pensare poi alla figura dell’oste d’altri tempi, quello che girava tra i tavoli per assicurarsi che tutto andasse bene, dispensatore di chiacchiere e cose buone, quello che il diritto di tappo si chiamava bicchiere per l’oste.
C’è un posto a Torino in cui le bottiglie buone, che siano ricercate o meno, conosciute o meno, sono trattate tutte allo stesso modo: e diventano il vino della casa. L’oste Dario riceve tutti, e dà il via alle danze. I ricordi di una vita diventano racconti con tutta quella spontaneità che il liquido vino dovrebbe richiedere. E si brinda, agli auguri, alla vita, alle cose belle. E si parla di vendemmie, di produttori che non esistono più ed invece dovrebbero, di vini dolci non stucchevoli, di formaggi di capra. Il vino è amicizia, accoglienza e condivisione: e così come per magia una magnum di Dauvissat o Anne Vatan diventano il vino della casa, proprio come il Passerillé dei Delesvaux. Uno dopo l’altro, con la stessa naturale spontaneità.
C’è un posto a Torino che malgrado il nome è un circolo che raccoglie ed accoglie persone che amano il vino, senza troppo curarsi dell’etichetta. Come si faceva un tempo, in qualche buona osteria.
Raramente è stato così bello sentirsi dire « bentornata ».
P.C. Pimaiuscolo


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